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Gialli in tavola

L’amico d’infanzia di Maigret – Torta di noci

In un caldo pomeriggio di giugno L’amico d’infanzia di Maigret piomba nel suo ufficio. È disperato e gli chiede aiuto per risolvere una delicata e alquanto spinosa vicenda. Coinvolto nell’omicidio della sua amante, la quale trascorreva le sue giornate anche in compagnia di altri quattro cavalieri, si giura innocente. Il famoso commissario non crede al suo vecchio compagno di liceo, abituato da sempre ad inventare storie ed accampare bugie. A complicare le indagini, Maigret incontrerà la vecchia portinaia del palazzo che, scaltra e cocciuta, gli darà del filo da torcere. Il personaggio più famoso di Simenon si lascerà forse intimorire ?

Combinazione il padre di questo amico d’infanzia aveva una pasticceria e la sua torta di noci era molto rinomata…

Era così abituato a fare il pagliaccio che il suo viso assumeva automaticamente espressioni buffe. Il suo volto, però, aveva un colorito grigiastro, e i suoi occhi tradivano una palese inquietudine.

“È per questo che sono venuto a trovarti. Ho pensato che avresti capito meglio di chiunque altro..”

Tirò fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette e se ne accese una; le mani lunghe e ossute, gli tramavano leggermente. A Maigret parve di sentire un forte odore di alcol.

“In realtà sono in grave imbarazzo…”

“TI ascolto…”

“Appunto. Ma è difficile da spiegare. Ho un’amica, da quattro anni…”

“Un’altra con cui vivi?”

“Sì e no…No..Non proprio… Abita in Rue Notre-Dame-de-Lorette, vicino a Place Saint-Georges…”

Maigret era stupito nel vedere le esitazioni, gli sguardi in tralice di Florentin, lui che era sempre stato così sicuro, così loquace. Al liceo Maigret lo invidiava proprio per quella sua disinvoltura, e un po’ anche perché suo padre aveva la miglior pasticceria della città, di fronte alla cattedrale. Aveva persino dato il suo nome a una torta a base di noci, che era poi divenuta una specialità locale.

Simenon Georges, L’amico d’infanzia di Maigret, Milano, Adelphi, 2011. 

 

L’amico d’infanzia di Maigret – Torta di noci

Ingredienti:

  • 170 g farina 00
  • 110 g datteri denocciolati molto morbidi (così saranno più dolci)
  • 100 g gherigli noci
  • 80 ml olio di riso
  • 140 ml latte
  • 1 uovo
  • il succo di mezzo limone
  • scorza di limone e arancia
  • 1 bustina di lievito per dolci

Preparazione:

  1. In un bicchiere del mixer ad immersione mettete i datteri, l’olio, il latte, il succo di limone. Frullate con il minipimer.
  2. Aggiungete l’uovo.
  3. In una ciotola mischiate la farina, i gherigli di noci ridotti in polvere, il lievito, le score di limone ed arancia.
  4. Amalgamate il composto liquido con quello solido.
  5. Versate in una teglia da 20 cm. In forno a 180º per 30 minuti.

 

Trovate altre ricette (e libri) tratte da Maigret qui.

I fantasmi del cappellaio – Scaloppine di pollo

Un grande Simenon ne I fantasmi del Cappellaio.

Monotona, tediosa, quasi banale la vita di un cappellaio di provincia. Non sa che il suo male ha radici profonde, infestanti e, all’improvviso, deflagrerà.

A Simenon non interessa farci scoprire l’assassino. Anzi, ce lo presenta quasi subito. Piuttosto mostra il suo lento cambiamento, quella pazzia controllata che gli fugge di mano. 

Attraverso una ritmo serrato che ricorda l’uomo braccato – dalla polizia e da se stesso – veniamo lentamente portati ad identificarci col piccolo sarto dirimpettaio. L’unico, insieme al lettore, a conoscere la verità.

La presenza di ben due stesure, oltre alla versione definitiva, rende questa edizione un vero gioiello.

E come potete notare, ho un debole per i cappellai letterariFigura lavorativa divenuta una rarità, un tempo affascinava i grandi scrittori: Flaubert, Cronin. Visitate il link per leggere quel capolavoro de Il Castello del Cappellaio di Cronin.

I fantasmi del cappellaio

ll signor Labbé scelse con cura i tavolo, come se non fosse un cliente occasionale ma contasse di diventare un habitué. Il menu era scritto su una lavagna e i tovaglioli dei clienti più assidui venivano riposti in certe casello di legno verniciato.

A pensarci bene, era la prima volta in quindici anni che mangiava al ristorante. Il padrone lo guardò un po’ sorpreso e si avvicinò al suo tavolo.

« A che dobbiamo l’onore signor cappellaio? ». Forse aveva dimenticato il suo nome, ma sapeva che era il cappellaio di Rue Minage.

« È che oggi sono senza domestica ».

« Henriette! » chiamò il padrone girandosi verso la cameriera. E aggiunse: « Abbiamo scaloppine all’acetosella e, con un piccolo supplemento, lumache di Borgogna ».

« Prenderò le lumache ».

Che sensazione piacevole! Si sentiva come sospeso, con dentro qualcosa di aereo, di fluttuante. La gente, le voci, gli oggetti, niente gli sembrava del tutto reale.

« Mezzo litro di Beaujolais? ». « Perfetto ».

Simenon, Georges, I fantasmi del cappellaio, Milano, Adelphi, 2012

 

Scaloppine di pollo – I fantasmi del cappellaio

Il cappellaio Labbé dopo aver compiuto il suo delitto, si reca in trattoria a cenare. Il menu prevede lumache e scaloppine all’acetosella, un’erba aromatica molto usata in Francia. Cresce spontaneamente nei boschi e presenta un sapore acidulo. Siccome mi è stato difficile reperirla, ho optato per delle scaloppine all’ananas e limone, la cui acidità può sostituire l’erba aromatica. Al ristorante mangerà lumache, ma porterà a casa le scaloppine per la “moglie”.

Ingredienti per 4 persone:

  • 600 g petto pollo a fette
  • 400 g ananas a fette
  • un bicchiere di porto o marsala (100 ml)
  • il succo di un limone
  • 2 cucchiai di farina
  • 1 spicchio di aglio
  • 2 rametti di prezzemolo
  • 4 cucchiai di olio extra vergine di oliva
  • 1 cucchiaino di curry
  • sale, pepe

Preparazione:

  1. Lavate le fettine di pollo, asciugatele con della carta assorbente. Infarinatele.
  2. Scaldate l’olio in una padella. Rosolatevi lo spicchio d’aglio per un paio di minuti.
  3. Eliminate l’aglio e adagiatevi le fettine. Fatele dorare bene, rigirandole. Bagnate con il succo di limone, pepate e cuocete a fiamma viva per 5 minuti. 
  4. Aggiungete le fette di ananas tagliato a pezzettini. Diluite il curry nel bicchiere di porto, versatelo nel tegame, abbassate il fuoco. Coprite con un coperchio e lasciate cuocere per 10 minuti.
  5. Servite con una spolverata di prezzemolo tritato.

 

Rocco Schiavone – Calamari ripieni

Ieri sera si è conclusa la seconda stagione di Rocco Schiavone su Rai 2. Devo ammettere che mi sono appassionata ai libri di Manzini un paio di anni fa, proprio dopo aver visto l’interpretazione di Marco Giallini. 

E ora? Nell’attesa della terza serie (hanno detto che si farà!), andrò a riguardare le repliche su Rai Play. Nel frattempo mi consolo con questi calamari ripieni (ricetta di famiglia) tratti proprio dal libro di Manzini.

Rocco Schiavone

Sono ben cinque le storie che l’allievo di Camilleri, oramai scrittore e attore affermato, ha pensato per Rocco Schiavone nel periodo precedente il suo trasferimento ad Aosta. In ognuna traspare l’indole intransigente e ruvida che lo spinge a seguire sempre la propria coscienza.

Lo sappiamo, la giustizia secondo Rocco va oltre i comma di un codice penale.

A Ferragosto, storia che ritroviamo anche in Ferragosto in giallo edito sempre da Sellerio, ad Ostia una macchina irrompe in una banca. Malvolentieri, il nostro vice questore si reca sul luogo dell’accaduto insieme ad Elena, la collega. Gli consigliano il ristorante “Poisson de mer”. Ma a Rocco, il pranzo non va giù, tanto era scadente. Daje Rocco, che i miei calamari sono più buoni di quelli che hai mangiato al “Poisson de mer”.

Rocco Schiavone

Poisson de mer in realtà era il ristorante di uno stabilimento. Tutto sembrava tranne che uno stabilimento. Il pavimento in pietra arenaria nera, i muri color cioccolata e una serie di tavolini grigi rivestiti di una striscia di cotone bianco e un vaso con un’orchidea. Aveva la stessa personalità di una hall di un Novotel a Cracovia. Un’enorme vetrata dava sulla spiaggia. Qui e lì si vedevano spuntare come funghi le teste degli ombrelloni. Che non erano di stoffa, ma di foglie di palma intrecciate. Era la moda dei lidi come Riccione, Rimini o anche Ostia quella di dare un tocco esotico alla spiaggia per cercare di fare dimenticare lo squallore di un mare sporco, inutile e tetro come un cielo di novembre. C’erano solo quattro clienti con lo sguardo spaurito. Non deponeva a favore.

E infatti. Il solerte cameriere, convinto di essere in forze in un ristorante pluristellato, aveva servito la pasta alle vongole, scotta e piena di sabbia, dentro dei grossi bicchieri da cocktail. Il calamaro ripieno invece in una scatola di legno. Avrebbe fatto migliore figura avvolto in una carta stagnola della Brooklyn, data la sua consistenza gommosa. Il vino imbarazzante e caldo. E mentre pagava i 98 euro del conto, Rocco decise che gli avrebbe mandato i Nas e la finanza. Non necessariamente lo stesso giorno.

Manzini, Antonio, Cinque indagini romane per Rocco Schiavone, Palermo, Sellerio, 2016

 

Calamari ripieni

Dopo i calamari fritti di Erri De Luca, vi propongo un’altra ricetta di pesce.

Ingredienti per 4 persone:

  • 8 calamari di medie dimensioni, inclusi i tentacoli
  • 1 confezione di polpa di pomodoro
  • 2 uova
  • 1 cipolla
  • mezzo mazzo di prezzemolo
  • aglio (a piacere)
  • 8 cucchiaini di pinoli
  • 8 cucchiaini di pangrattato
  • 4 cucchiaini di parmigiano reggiano
  • 1 bicchiere di vino bianco
  • 1 foglia di alloro
  • timo
  • olio extra vergine di oliva
  • sale

Preparazione:

  • Lavate bene i calamari. Spellateli, facendo attenzione a non romperli perché altrimenti il ripieno rischia di fuoriuscire in cottura.
  • Tagliate i tentacoli piccolissimi. Soffrigeteli in padella con un filo d’olio. Mettete il coperchio: l’acqua del calamaro aiuterà la cottura. 
  • Nel frattempo in una ciotola preparate il ripieno. Mescolate pangrattato, pinoli, prezzemolo sminuzzato, uova , parmigiano, aglio tagliuzzato, i tentacoli cotti e da ultimo le uova sbattute. Amalgamate bene. 
  • Riempite i calamari per 1/4 della loro lunghezza. Chiudeteli con uno stuzzicadenti. 
  • Non preoccupatevi se vi avanza del condimento. Anzi! Aggiungetelo al pomodoro, darà un sapore più intenso ai nostri calamari.
  • In un tegame capiente, affettate la cipolla e appassitela con l’olio. Aggiungete i calamari. Dorateli da ambo le parti. Irrorate di vino bianco e fate evaporare. 
  • Versatevi il ripieno avanzato. Fate insaporire qualche istante, Quindi versate la polpa di pomodoro. Aggiustate di acqua- se occorre- e di sale. Ricordatevi la foglia di alloro e il timo. 
  • Cuocete a fuoco moderato con il coperchio per un’oretta circa. Eventualmente verificate con uno stecchino la loro cottura.

 

La gita a Tindari – Pasta con sugo di carne

Come i rami contorti di un ulivo centenario sui quali Montalbano si sdraia per districare i pensieri, così Camilleri concepisce La gita a Tindari. Noi, piano piano, percorriamo ogni scanalatura, ogni asperità di quel tronco invecchiato. Fino a scoprire un dedalo di connessioni agghiaccianti che coinvolgeranno potenti e bambini innocenti.

I coniugi Griffo sono scomparsi e Nené Sanfilippo è morto ammazzato. I tre abitano nello stesso condominio. Una coincidenza? Certo che no. Per il commissario di Vigata non lo è mai.

Nel frattempo l’investigatore siciliano viene ammaliato dalle donne, dai libri di Manuel Vázquez Montalbán, dal quale il celebre commissario prende il nome. E naturalmente dal cibo.

È ora di pranzo e Montalbano ha un certo appetito. Autoinvitarsi pare brutto…

sugo

Lei mangiò, Commissario? 

“Veramente, ancora no.” Fece Montalbano sentendo il cuore aprirsi alla speranza.

“Allora non c’è problema” concluse la signora Guarnotta “s’assetta con noi e si mangia un piatto di pasta. Accussì parliamo tutti meglio”

La pasta era scolata al momento giusto ( “sapiri quann’è u tempu di sculari a pasta è un arti” aveva un giorno sentenziato la cammarera Adelina), la carne col suco era tenera e saporosa.

Ma, a parte d’essersi riempito la panza, il commissario, per quanto riguardava la sua indagine, fece un altro pirtuso nell’acqua. 

CAMILLERI Andrea, La gita a Tindari, Palermo, Sellerio, 2000

La gita a Tindari – Pasta con sugo di carne

Ingredienti:

  • 400 g carne da sugo
  • 400 g passata di pomodoro
  • 1 costa di sedano
  • 1 carota
  • 1 cipolla
  • 1 rametto di rosmarino
  • 1 foglia di alloro
  • 1 foglia di salvia
  • pasta a piacere
  • olio extra vergine di oliva
  • sale

Preparazione:

  1. Tritate il sedano, la carota, la cipolla e un rametto di rosmarino. Rosolate il trito di verdure in un tegame, meglio se di terracotta, con olio.
  2. Dopo qualche istante, aggiungete i pezzi di carne che dovranno prendere colore. Quindi irrorate con un bicchiere di vino rosso e far evaporare l’alcool. A questo punto versate la passata di pomodoro, unire alloro, salvia ed aggiustare di sale.
  3. Quando l’olio sale in superficie, il sugo è cotto!
  4. Diluite il sugo con mezzo bicchiere d’acqua, per renderlo più liquida. Portate il sugo ad ebollizione, abbassate la fiamma e lasciar cuocere lentamente. Dopo circa un’ora, un’ora e mezza, il sugo è pronto. A parte cuocete la pasta, scolatela e servitela con il sugo.

 

Il giorno della civetta – Panelle

Come recita la quarta di copertina dell’Adelphi, Il giorno della civetta è “il primo e più grande fra i romanzi che raccontano la mafia”.

Attorno all’omicidio dell’imprenditore Colasberna, orbitano altre sparizioni, altre morti. Motivi passionali sono, sentenzia il barbiere del paese. Ma il commissario Bellodi sa bene che, dietro, si cela ben altro.

Un fitto intreccio coinvolge colpevolmente tutti gli strati della società, dall’omertosa gente comune fino agli scranni più alti dei palazzi capitolini. Questo carabiniere emiliano rovescerà un vaso di Pandora che molti vorrebbero richiudere subito.

All’alba, nella piazza principale del paese, il panellaro vende a squarciagola le sue panelle belle calde. Proprio in quel momento, a pochi passi da lui, Colasberna viene freddato mentre sta salendo sul primo autobus per Palermo.

panelle

«Dunque» disse con paterna dolcezza il maresciallo  «tu stamattina, come al solito, sei venuto a vendere panelle qui: il primo autobus per Palermo, come al solito…».

«Ho la licenza» disse il panellaro.

«Lo so» disse il maresciallo alzando al cielo gli occhi che invocavano pazienza «lo so e non me ne importa niente della licenza; voglio sapere una cosa sola, me la dici e ti lascio subito andare a vendere le panelle ai ragazzi: chi ha sparato?»

«Perché » domandò il panellaro, meravigliato e curioso «hanno sparato?».

Sciascia, Leonardo, Il giorno della civetta, Milano, Einaudi editore, 1961.

Il giorno della civetta – Panelle

 

Le panelle sono il tipico cibo di strada siciliano, palermitano per la precisione, ma facilmente reperibile in tutta la Sicilia. Queste frittelle di farina di ceci possono essere rifatte anche a casa.

Ingredienti:

  • 500 g farina ceci
  • 1,5 l acqua fredda
  • sale, pepe
  • olio per friggere
  • panino

Preparazione:

  1. In una pentola riempita di acqua fredda, versate a filo la farina di ceci, avendo cura di mescolare per eliminare i grumi che eventualmente si saranno formati. Salate e pepate.
  2. Solo a questo punto mettete sul fuoco e cuocere a fiamma medio alta per 40 minuti, girando il composto continuamente. Quando inizia a “sbuffare”, a fare delle bolle, portate a termine la cottura per altri 10 minuti. Questo assicura la perfetta riuscita del piatto. Infatti se l’impasto non fosse completamente cotto, le panelle non solidificherebbero.
  3. Si può trasferire il composto in uno stampo per plum cake, farlo raffreddare, sformarlo e tagliarlo a fettine. In questo caso le panelle avranno una forma quadrata. Se le preferite rotonde potete versare il composto ancora caldo su una spianatoia (la balàta palermitana), un tagliere o una teglia, livellare con una spatolina e con un coppa pasta ricavare le panelle.
  4. Friggete in abbondante olio caldo e tamponare l’unto in eccesso con della carta assorbente. Imbottire un panino (la morbida mafalda siciliana) e a piacere condire con qualche goccia di limone.

Qual è il vostro cibo da strada preferito?