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La vedova Van Gogh – Crêpes con marmellata di arance

Come reca il titolo originale, La viuda de Los Van Gogh, è vedova due volte La vedova Van Gogh

Del marito Théo, non sopravvissuto alla morte di un amore fraterno e morboso, e dell’arte del cognato pittore.

Per soli quattro giorni Johanna Van Gogh-Bonger è accanto a quel parente acquisito il cui nome, Vincent, verrà dato al figlio appena nato. Un’eredità importante, quella di un grande artista, che nel 1890 è ancora sconosciuto e per nulla apprezzato.

S’incaricherà proprio lei di mostrare al mondo la genialità di un uomo controcorrente. Porterà avanti questa battaglia con forza, determinazione e pazienza. 

E non sappiamo se l’avrebbe vinta comunque, senza aver prima letto il lungo epistolario tra i due fratelli Van Gogh. Seicento lettere che le permettono di scoprire l’essenza artistica di un genio dotato di una straordinaria sensibilità verso il mondo, così da valorizzare appieno la sua opera. Fogli intrisi di pura poesia in cui ci viene svelato un Van Gogh prima di tutto scrittore, poi poeta ed infine anche pittore

Con una scrittura spoglia e senza fronzoli, Camilo Sánchez riscopre questa donna dimenticata dalla storia.

Un tributo tardivo a colei che ha rivoluzionato il senso della bellezza.

La vedova Van Gogh

 

Vincent Van Gogh è ghiotto di marmellata di arance.

Johanna lo sa e gli prepara volentieri delle crêpes farcite con questa confettura. In un pasto all’apparenza banale, la donna individua il momento culminante del suo incontro col cognato pittore. Per il resto si limita ad osservare quello strano individuo che parla con i cavalli e porta avanti un’amicizia con l’estroverso Toulouse Lautrec. 

A Johanna Van Gogh-Bonger costa fatica immaginare il cognato morto. Nemmeno due mesi prima aveva preparato un pranzo per lui e per il conte de Toulouse-Lautrec, un altro personaggio stravagante che viveva dal lunedì al venerdì in un convento e al sabato e la domenica in un bordello, e che aveva imparato a prendere il mondo sul ridere, a partire dalle sue orribili deformità fisiche. 

Toulouse-Lautrec e Van Gogh erano diventati amici quattro anni prima, nello studio di Cormon, poco tempo dopo che il collegio dell’Académi Royale des Beaux Arts di Anversa aveva decretato all’unanimità che Van Gogh dovesse ripartire dalla classe dei principianti per le sue difficoltà nel disegno.

Johanna quel mezzogiorno aveva cucinato dei piccoli pasticci di carne e delle crêpes con confettura d’arance per cui Van Gogh andava matto. 

Quello era Stato il momento culminante dei quattro giorni che suo cognato aveva trascorso nella casa di Pigalle.

Sánchez, Camilo, La vedova Van Gogh, Milano, Marcos y Marcos, 2016.

La vedova Van Gogh – Crêpes con marmellata di arance

Ingredienti per 18 crêpes di piccole dimensioni:

  • 3 uova
  • 125 g farina
  • 2 bicchieri di latte (più un po’ per sciogliere il cioccolato)
  • 30 g burro
  • 1 pizzico di sale
  • confettura di arance amare
  • qualche quadretto di cioccolato fondente

Preparazione:

  • Sbattete le uova assieme alla farina precedentemente setacciata ed il latte. Mescolate bene per evitare che si formino grumi. Lasciate riposare l’impasto per un’oretta.
  • Fate sciogliere una piccola noce di burro su di una crêpiera o un padellino ben caldo. Versatevi un velo di impasto (da generazioni in casa ci tramandiamo un piccolo mestolo usato apposta come misurino per crêpes!). Ruotate la padella affinché la pastella aderisca bene. 
  • Lasciate cuocere un paio di minuti, quindi rivoltate delicatamente la crêpe. Proseguite la cottura dall’altro lato per un paio di minuti.
  • Farcite con marmellata di arance sulla quale avrete versato il cioccolato fondente fuso, precendentemente sciolto in una casseruola con qualche goccia di latte.

Estasi culinarie – Brisée di mele e amaretti

Al terribile protagonista di Estasi culinarie basta una brisée di mele per ritornare bambino.

Con oculata raffinatezza, Muriel Burbery dipinge il cinico disincanto di un uomo per il mondo. Nel frattempo, sfilano  sotto i nostri occhi pietanze di ogni tipo. Le sue non sono descrizioni pantagrueliche, ma un vortice organolettico di sensazioni.

Come ne Il Castello del Cappellaio di A.J. Cronin, anche la figura centrale di Estasi culinarie è crudele, arrogante, inebriata dal successo, dal potere e dal suo stesso carisma.

Il Maestro, così viene definito l’uomo, manifesta un atteggiamento freddo e distaccato con tutti, eccetto il suo gatto. Soltanto il ricordo dei nonni, la loro cucina, l’amore che mettevano nel preparare ogni piatto, gli riscalda il cuore. Da loro deriva la sua passione per il cibo e, di conseguenza, la professione di critico gastronomico.

Il libro si suddivide in due filoni, tra loro intrecciati. Da un lato sentiamo la voce delle persone che hanno orbitato intorno a lui, direttamente o marginalmente. Sono i figli, le amanti, la moglie, la governante, il mendicante sotto casa e la portinaia. Ritroveremo quest’ultima figura nel suo secondo romanzo, L’eleganza del riccio. Dall’altro lato, seguiamo i pensieri del protagonista in punto di morte. Il vecchio infatti ripercorre senza rimpianti la sua vita, alla ricerca di un sapore perduto. Nel farlo, si riappropria di gusti semplici, come un succoso pomodoro maturo, addentato appena colto dall’albero della zia Marthe.

Scritto magistralmente, tradotto altrettanto magnificamente, ogni parola è l’espressione concisa di un sapore. Con la sapiente eloquenza dell’autrice, il libro vola in una attimo verso quel singolare cibo ritrovato.

Estasi culinarie – Brisée di mele

brisée

Una torta di mele, pasta brisée sottile e croccante, i frutti dorati e insolenti sotto il caramello discreto dello zucchero cristallizzato. Finisco la bottiglia. Alle cinque mi serve il caffè corretto con il calvados. Gli uomini si alzano, mi danno una pacca sulla spalla e mi dicono che vanno al lavoro, e che se voglio rimanere per la sera saranno contenti di rivedermi. Ci abbracciamo come fratelli e prometto di tornare un giorno con una buona bottiglia.

Barbery, Muriel, Une gourmandise, Paris, Gallimard, 2000.

Traduzione italiana di Cinzia Poli e Emanuelle Caillat, Estasi culinarie, Roma, Edizioni e/o, 2008

Ingredienti:

  • 100 g farina integrale
  • 50 g farina 00
  • 150 g farina di avena (oppure fiocchi)
  • 80 g zucchero (ho usato quello integrale)
  • 70 ml olio di riso
  • 100 g amaretti
  • 3 mele golden
  • 1 cucchiaino lievito

Preparazione:

  1. In una ciotola mischiare le diverse farine con il lievito. Aggiungere lo zucchero. Versare l’olio ed il latte. Lavorate bene.
  2. Stendere l’impasto con le mani, aiutandovi con le nocche, direttamente sulla teglia, sulla quale avrete disposto un foglio di carta da forno.
  3. Sbriciolate gli amaretti. potete utilizzare un batticarne o un robot da cucina. Sbucciate le mele e tagliatele a fettine sottili.
  4. Cospargete la polvere di amaretti sulla brisée. Adagiatevi sopra le mele a raggiera. In forno 180 º per 30’/35′.

Idea economica! Anziché acquistare la farina di avena, difficile da reperire e costosa, utilizzate dei fiocchi di avena. Frullateli in un macinacaffè o in un robot.

Il giorno della civetta – Panelle

Come recita la quarta di copertina dell’Adelphi, Il giorno della civetta è “il primo e più grande fra i romanzi che raccontano la mafia”.

Attorno all’omicidio dell’imprenditore Colasberna, orbitano altre sparizioni, altre morti. Motivi passionali sono, sentenzia il barbiere del paese. Ma il commissario Bellodi sa bene che, dietro, si cela ben altro.

Un fitto intreccio coinvolge colpevolmente tutti gli strati della società, dall’omertosa gente comune fino agli scranni più alti dei palazzi capitolini. Questo carabiniere emiliano rovescerà un vaso di Pandora che molti vorrebbero richiudere subito.

All’alba, nella piazza principale del paese, il panellaro vende a squarciagola le sue panelle belle calde. Proprio in quel momento, a pochi passi da lui, Colasberna viene freddato mentre sta salendo sul primo autobus per Palermo.

panelle

«Dunque» disse con paterna dolcezza il maresciallo  «tu stamattina, come al solito, sei venuto a vendere panelle qui: il primo autobus per Palermo, come al solito…».

«Ho la licenza» disse il panellaro.

«Lo so» disse il maresciallo alzando al cielo gli occhi che invocavano pazienza «lo so e non me ne importa niente della licenza; voglio sapere una cosa sola, me la dici e ti lascio subito andare a vendere le panelle ai ragazzi: chi ha sparato?»

«Perché » domandò il panellaro, meravigliato e curioso «hanno sparato?».

Sciascia, Leonardo, Il giorno della civetta, Milano, Einaudi editore, 1961.

Il giorno della civetta – Panelle

 

Le panelle sono il tipico cibo di strada siciliano, palermitano per la precisione, ma facilmente reperibile in tutta la Sicilia. Queste frittelle di farina di ceci possono essere rifatte anche a casa.

Ingredienti:

  • 500 g farina ceci
  • 1,5 l acqua fredda
  • sale, pepe
  • olio per friggere
  • panino

Preparazione:

  1. In una pentola riempita di acqua fredda, versate a filo la farina di ceci, avendo cura di mescolare per eliminare i grumi che eventualmente si saranno formati. Salate e pepate.
  2. Solo a questo punto mettete sul fuoco e cuocere a fiamma medio alta per 40 minuti, girando il composto continuamente. Quando inizia a “sbuffare”, a fare delle bolle, portate a termine la cottura per altri 10 minuti. Questo assicura la perfetta riuscita del piatto. Infatti se l’impasto non fosse completamente cotto, le panelle non solidificherebbero.
  3. Si può trasferire il composto in uno stampo per plum cake, farlo raffreddare, sformarlo e tagliarlo a fettine. In questo caso le panelle avranno una forma quadrata. Se le preferite rotonde potete versare il composto ancora caldo su una spianatoia (la balàta palermitana), un tagliere o una teglia, livellare con una spatolina e con un coppa pasta ricavare le panelle.
  4. Friggete in abbondante olio caldo e tamponare l’unto in eccesso con della carta assorbente. Imbottire un panino (la morbida mafalda siciliana) e a piacere condire con qualche goccia di limone.

Qual è il vostro cibo da strada preferito?

Nostra signora della solitudine – Pandolce genovese

Un giallo, un thriller o forse semplicemente un romanzo di grandi donne è Nostra signora della solitudine.

Madre di un figlio avuto in giovane età, nonché moglie di un autorevole rettore universitario, Carmen Lewis Ávila è una delle scrittrici più famose del Cile. Inspiegabilmente, all’improvviso, scompare.

Spetterà a Rosa, un’investigatrice privata, recuperare le innumerevoli tessere di un puzzle complesso. Andrà a scovarle tra gli unici elementi a sua disposizione: i libri. La verità risiede infatti dischiusa proprio nei romanzi della donna. Soltanto sfogliando quelle pagine, Rosa conoscerà la vera Carmen, fisicamente assente per tutta la durata della storia.

Riga dopo riga, riuscirà a scalare le pareti scabre del disagio della romanziera. Fino a perlustrare gli angoli più reconditi del suo essere.

Perché in fondo le fragilità della protagonista misteriosa sono le stesse di ogni essere umano.

pandolce

Quando Hugo fu uscito, lavai i piatti della colazione, riposi nella credenza il pandolce che non avevamo toccato, i croissant, le ciambelle e i datteri che sono sempre stati la mia rovina, e rimasi stupita della rapidità con cui tornavo a svolgere le mansioni di un tempo, come se non avessi mai smesso di compierle.

Serrano, Marcela, Nuestra Señora de la soledad, Editorial Alfaguara, 1999

 Traduzione Michela Finassi Parolo, Nostra signora della solitudine, Milano, Universale Economica Feltrinelli, 2003

Nostra signora della solitudine – Pandolce

Non sono molto golosi i nostri personaggi dei libri.

Ma in questo caso il pandolce indicato ne Nostra signora della solitudine è un tipico dolce messicano. Date le feste natalizie, mi sembrava più indicato realizzare quello genovese…

A Genova, il pandolce si mangia tutto l’anno, non solo a Natale. Come saprete esistono due versioni, alto e basso. Il primo ricorda la tradizione, impastato con la pasta madre e cullato da una lenta lievitazione; il secondo è sicuramente più moderno, non per questo meno buono. La mia ricetta del pandolce casalingo è davvero facile, veloce e di sicura realizzazione. È molto leggero perché fatto con olio e lievito bio. Lo zucchero integrale e la farina tipo 2 conferiscono al pandolce un colore ambrato. Potreste usare comodamente una farina 00, uno zucchero bianco, dell’olio di semi e del normale lievito in bustina.

Ingredienti:

  • 300 g farina tipo 2
  • 100 g zucchero integrale
  • 70 ml olio riso
  • 95 ml latte (io ho usato latte soia)
  • 1 uovo
  • 1/2 bustina di lievito bio (bicarbonato e cremor tartaro)
  • 200 g uvetta
  • 50 g pinoli
  • 60 g frutta candita

Preparazione:

  1. In una ciotola mettete la farina a fontana. Aggiungete il lievito, l’uovo, lo zucchero, il latte, l’olio. Impastate velocemente. Far riposare qualche minuto, il tempo di ammollare e infarinare l’uvetta.
  2. Incorporate canditi e frutta secca all’impasto. Su una teglia, disponete un foglio di carta da forno, date una forma tondeggiante di altezza pari a 3 cm circa. Con la parte non affilata di un coltello, incidete la superficie del pandolce disegnando dei rombi.
  3. 180° forno ventilato per 40 minuti.

Qual è il vostro dolce delle feste?

Pancakes al cioccolato | Per dieci minuti

 

pancakes

La dottoressa T. propone a Chiara di dedicare dieci minuti al giorno, per un mese, ad una cosa qualsiasi, mai sperimentata prima di allora. La prescrizione consigliata, che all’apparenza assume i contorni di un gioco bizzarro, si rivela essere un lento risveglio dal torpore, avvolgente e rassicurante, dell’abitudine.

Attraverso questa fuga dalla realtà convenzionale di pirandelliana memoria, Chiara impara gradualmente ad assaggiare la libertà di essere se stessa. Accantona il ruolo di moglie di un marito fedifrago o di scrittrice in crisi con il suo lavoro. Per la prima volta nella sua vita, trova il coraggio di mettersi ai fornelli. Prepara persino dei pancakes – lei che, per pranzo, solitamente spilucca distratta una merendina. E non importa se le cadano su un piede nel tentativo di spadellarli, o se abbiano un aspetto poco appetitoso. Ciò che conta è il sapore di quei dieci minuti.

L’autrice si immerge delicatamente nel quotidiano di Chiara. Con leggerezza – non approssimazione – accompagna sia il lettore che la protagonista durante un processo di consapevolezza e di cambiamento.

Il suo o il nostro?

“Che fai?” “Guardo questi pancake” “Forse non sono fatti esattamente per essere guardati” “Ma mi sembrano stupendi…” “Che hanno di particolare?” “Li ho fatti io.”

Gamberale, Chiara, Per dieci minuti, Milano, Universale Economica Feltrinelli, 2015

 

Pancakes al cioccolato

 

La mia versione dei pancakes si discosta di poco dall’originale riportata integralmente nel libro. Le persone intolleranti al lattosio possono usare dello yogurt o latte di soia.

Ingredienti:

  • 100g farina
  • 1 cucchiaio cacao amaro in polvere
  • 1 uovo biologico
  • 125g yogurt
  • 150ml latte
  • 2 cucchiai olio semi
  • 1 pizzico sale
  • 1 cucchiaino raso di lievito
  • 1/2 cucchiaino di bicarbonato
  • 2 cucchiai di zucchero integrale di canna
  1. In una ciotola mettete farina, cacao, lievito, bicarbonato, zucchero.
  2. A parte sbattete con una forchetta uovo, latte, olio, yogurt. Gradatamente versate a filo i liquidi nelle polveri, amalgamando il composto senza lavorarlo eccessivamente. La presenza di grumi non pregiudicherà la riuscita dei vostri pancakes.
  3. Scaldate a fuoco medio una padella antiaderente e versare 3 cucchiai circa di pastella per ognuno dei vostri pancakes. La frittella sarà pronta per essere voltata quando, sulla superficie, si formeranno delle bollicine.
  4. Terminate la cottura dall’altro lato. Servite i pancakes caldi, magari accompagnati da frutta fresca.

La protagonista del romanzo di Chiara Gamberale ha dedicato 10 minuti della sua giornata a dei pancakes. Quali sono i vostri 10 minuti di libertà?